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La lingua dei meme. In conversazione con Pierluigi Ortolano

In questo articolo Pierluigi Ortolano, professore associato di Linguistica Italiana presso il Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali (DILASS) dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti e Pescara dialoga con Marco Sartor in merito a una recente pubblicazione sulla lingua dei meme scritta a quattro mani con Debora de Fazio, professore associato di Linguistica italiana all’Università degli Studi della Basilicata.

Pierluigi Ortolano, qui intervistato in merito alla “bussola” Carocci La lingua dei meme scritta con autore con Debora de Fazio

Chi non ha mai visto un meme alzi la mano. Sono davvero pochi coloro che al giorno d’oggi si trovano in questa situazione dal momento che anche chi non frequenta la rete, perché analfabeta o inattivo digitale, può essersi facilmente imbattuto in uno di essi leggendo gli articoli della carta stampata (il Corriere della Sera ha anche una sezione apposita nel proprio sito web) o più semplicemente guardando la televisione (i programmi satirici Striscia la notizia e Propaganda Live hanno passato in rassegna meme al tempo virali sui social). Tuttavia, sono molti coloro che, pur interagendo abitualmente con questo genere di contenuti, non si sono interrogati criticamente sui principi che ne guidano la genesi e la diffusione, nonché sulla varietà linguistica che documentano.

A queste e ad altre domande risponde la “bussola” Carocci di Debora de Fazio e Pierluigi Ortolano, professori associati di Linguistica italiana rispettivamente all’Università degli Studi della Basilicata e all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara. La conversazione mira a presentare i principali argomenti trattati nel volume La lingua dei meme e ad offrire alcuni spunti di riflessione che emergono con maggior nitore a quasi tre anni dalla pubblicazione, quando l’assunzione di uno sguardo più distaccato permette un miglior inquadramento storico del fenomeno, anche in riferimento agli scenari futuri, e una valutazione più ponderata dell’impatto della lingua dei meme nella varietà linguistica dell’italiano digitato.

Meme, registrato come neologismo dalla Treccani nel 2012, vanta un illustre onomaturgo, il biologo evolutivo Richard Dawkins dell’Università di Oxford, autore dello studio The Selfish Gene (1976). Il termine deriva dal greco mimeme (“imitazione”), abbreviato in meme al fine di generare un monosillabo assonante con gene, e indica un replicatore, cioè un’unità di trasmissione culturale o di imitazione capace di propagarsi come un gene (p. 18). Alla luce di queste premesse, quanto è importante la serialità nella genesi e nella diffusione dei meme? L’istanza mimetica investe anche il piano linguistico?

Il meme rappresenta ormai da anni una forma di comunicazione multigenerazionale: non è solo delle ragazze o dei ragazzi più giovani, ma è alla portata di tutti. È sufficiente avere un’immagine, inserire una battuta e il gioco è fatto. Il meme è immediato, veloce, rapido: è la rappresentazione della comunicazione di oggi (si pensi ai video brevissimi che ogni giorno scrolliamo dal nostro telefono). L’istanza mimetica investe sì il piano linguistico, perché esso si adegua pienamente alla comunicazione di oggi. Gli elementi che rendono funzionale un meme sono sicuramente il valore ironico e la capacità di essere virale, e anche la lingua avrà la sua viralità.

I meme costituiscono soltanto una delle manifestazioni dell’italiano digitato che comprende, ad esempio, anche i commenti degli utenti in risposta a un post pubblicato sui social o un articolo apparso in una testata online. Quali tendenze linguistiche dell’italiano digitato sono caratteristiche anche della lingua dei meme (e quali, invece, sono assenti)? Quali sono i principali tratti della lingua dei meme?

La principale caratteristica del meme è la presupposizione, che è un fenomeno linguistico molto interessante perché, soprattutto nell’ambito della scrittura, permette di evitare una ripetizione e soprattutto permette di dare per scontato che chi guarda questo meme conosca perfettamente il contesto, conosca perfettamente la situazione e soprattutto conosca il personaggio oppure l’immagine che è stata memata. Il concetto è molto semplice: conosco l’immagine, conosco il protagonista; quindi, non ho bisogno assolutamente che qualcuno mi spieghi che cosa debba farmi ridere rispetto alla frase presente. Altra componente importante è l’uso del dialetto, cioè utilizzare in particolar modo il contesto diatopico come accade spesso nella pagina Facebook Le più belle frasi di Osho: lì prevale il romanesco come lingua franca conosciuta da tutti e che dà ilarità alla funzionalità del meme. La lingua dei meme è una lingua media, non necessariamente ricercata né però diastraticamente bassa.

Meme sul caro carburanti tratto dalla pagina Facebook Le più belle frasi di Osho (© 2026 Le più belle frasi di Osho)

Come ha affermato Giuliana Fiorentino, i meme possono essere considerati scritture esposte sul web (p. 13). In che modo questi ultimi si differenziano, per struttura e caratteristiche linguistiche, dalle scritture esposte tradizionali, come i graffiti?

Così come mettiamo in luce nel nostro volume, i meme digitali rientrano all’interno delle scritture esposte sul web, ossia di quelle scritture che «non costituiscono un genere testuale in senso stretto ma sono individuate sulla base di criteri comunicativi esterni» (Fiorentino e D’Achille). Il meme altro non è, quindi, che l’evoluzione moderna di una pratica antica come quella del graffito, che permetteva una «plurima lettura di gruppo, di massa e a distanza di un testo scritto su una superficie esposta» (Petrucci). Le scritture esposte rappresentano, inoltre, «una multi modalità dinamica: si pensi agli striscioni negli stadi, che oltre a poter includere immagini sono talvolta esposti in modo dinamico». Oggi il meme è presente all’interno dei gruppi Facebook, nella comunicazione in WhatsApp, su Twitter o su Instagram; ormai ha raggiunto sempre più un ruolo di primo piano. La «desacralizzazione della scrittura» di cui ci parla Giuseppe Antonelli è stata sostituita oggi da una sorta di «scrittura ad effetto» perché si affida al meme una comunicazione fatta di immagine e di parole (si è passati da pensieri e parole a immagini e parole; anche questo è lo specchio di una società che cambia).

Come noto, sui social le tendenze si susseguono con estrema rapidità e si caratterizzano, quindi, per la loro natura il più delle volte effimera. In queste settimane, ad esempio, spopolano brevi video generati dall’intelligenza artificiale che si concludono con frasi come “Skibidi Boppy” e “Forza Napoli”. A vostro avviso l’oggetto meme è destinato a tramontare, oscurato da tendenze più dinamiche o multimediali che stanno acquisendo una popolarità sempre maggiore (come i doppiaggi), o è più probabile che cambi costantemente il suo contenuto (ad es. dai meme su Giuseppe Conte a quelli su Giorgia Meloni), mantenendo pressoché immutata la struttura?

È possibile che il meme possa cambiare, ma penso che subirà un’evoluzione e non una scomparsa tout court; questo perché il binomio testo/immagine è sempre attuale, soprattutto nella sua dinamica iconografica. L’immagine è il veicolo attraverso cui oggi si comunica e sarà (credo) sempre accompagnata da un testo. Si pensi a TikTok: è costituito da testo/immagine/ suono/video. C’è stata già un’evoluzione, in tal senso, ma l’immediatezza del meme avrà, a mio modesto parere, una sua continuità perché è sempre una tipologia di messaggio breve.

Uno dei pregi del volume risiede nell’ampiezza e nella pertinenza degli esempi proposti: i meme selezionati risultano sempre efficaci non solo per la loro carica ironica, ma anche per la pertinenza con gli aspetti messi in luce nella rispettiva porzione testuale. Tuttavia, considerato che il fenomeno è interamente generato e fruito nell’ambiente virtuale e intrinsecamente legato all’effimero, alcuni sollevano dubbi circa il valore della dimensione metacomunicativa di questi prodotti. Come rispondete a questa osservazione? Perché è importante studiare la lingua di oggetti culturalmente volatili come i meme?

Penso che sia importante studiare la lingua italiana in tutte le sue forme, soprattutto quelle espresse dalle nuove generazioni perché sono lo specchio della realtà linguistica che ci circonda; inoltre credo che studi come questi avvicinino ragazze e ragazzi a una forma di comunicazione che loro padroneggiano ormai con una facilità estrema. La lingua italiana è anche lingua “comune”.

Come illustrato in modo convincente nel cap. 4 (pp. 60-65), i meme possono essere considerati una boutade la cui la vena umoristica convive con una più propriamente satirica. Non va dimenticato, però, che essi rappresentano anche «un efficacissimo sistema di lotta politica» (p. 60); le loro potenzialità persuasive, poi, possono essere impiegate in modo distorto per la diffusione di fake news o teorie del complotto, come dimostrano gli studi sull’impiego da parte della Alt-Right (la destra radicale americana) nella campagna elettorale del 2016 (p. 63). In un contesto in cui la satira politica può facilmente sconfinare nella disinformazione, come può l’utente medio orientarsi tra contenuti ironici e contenuti manipolatori, spesso visivamente simili? Quanto è importante la padronanza linguistica per leggere criticamente un meme e comprenderne la finalità sottesa?

Il rapporto fra meme e politica è ormai un dato noto; i politici sono personaggi “memati” perché conosciuti e la maggior parte dei meme (si pensi a quelli prodotti da Le più belle frasi di Osho) giocano su alcuni punti deboli di ciascuna figura politica nota. Ricordo, ad esempio, che Luigi Di Maio era spesso “memato” perché per un paio di sviste grammaticali era considerato poco avvezzo all’uso corretto della lingua italiana. Penso che il meme per i politici sia un ottimo termometro per testare la temperatura del loro gradimento; anzi, dirò di più: se un politico non ha meme, vuol dire che non ha successo né sui social né nelle forme diamesiche di comunicazione.

Nell’ultimo capitolo del volume (cap. 5, pp. 75-101) si propone un’applicazione didattica dei meme e, in particolare, il loro impiego nell’ambito dell’insegnamento della grammatica a scuola o all’università. Fra i pregi di questa proposta, approfondita nei materiali online del volume e in un articolo di Pierluigi Ortolano su DIDIT. Didattica dell’italiano. Studi applicati di lingua e letteratura, vi sono il basarsi su un metodo deduttivo – che permette di risalire dall’errore alla regola – e l’uso di materiali linguistici autentici. Oltre alle molteplici (e piuttosto intuitive) applicazioni sul versante ortografico, i meme possono essere utilizzati anche per introdurre lo studio di alcuni aspetti morfologici o dell’analisi della frase e del periodo?

Il nostro libro orienta una proposta “social/grammaticale”: insegnare la grammatica attraverso i meme; il volume mira a valorizzare il concetto di “umorismo” e si basa sulla didattica dell’errore. Partiamo dall’umorismo; per spiegare questo metodo d’insegnamento, ho ripreso il concetto del sentimento del contrario così com’è formulato da Pirandello nel suo saggio L’umorismo: l’autore parla di una signora anziana agghindata in modo talmente eccentrico da suscitare il sorriso; bene, è a partire da quel sorriso che percepiamo però qualcosa di più profondo, ossia l’inadeguatezza di quegli abiti addosso a quella persona e in quella situazione; in noi, insomma, scaturisce quello che Pirandello definisce, appunto, il sentimento del contrario. Davanti a un errore di grammatica, per prima cosa, sorridiamo; il libro invita a fare una profonda riflessione dell’errore e capirne il perché. Nel libro si propone un’attività didattica di questa natura: si mostra un meme sgrammaticato e gli esercizi proposti nel libro riguardano tre àmbiti linguistici: ortografia e punteggiatura, morfosintassi e lessico/semantica. Proponiamo per ogni settore testi ricavati dalla rete e le modalità di lavoro, per ciascuno di essi, seguiranno questo schema:

  1. visione e lettura del testo proposto;
  2. individuazione degli errori e di quelli che possono essere percepiti come tali;
  3. presentazione al resto della classe delle singole proposte di riscrittura, che l’insegnante commenta;
  4. prova di riscrittura del testo;
  5. correzione degli errori con l’ausilio del libro di grammatica;
  6. spiegazione delle regole grammaticali e delle definizioni.

Si proverà a studiare la grammatica partendo sì da un errore, ma da un errore prodotto da un meme.

La redazione del blog AIUCD ringrazia i professori per la disponibilità.

Riferimenti

Antonelli, Giuseppe. “Scrittura”. In Enciclopedia Italiana, X Appendice, vol. 11, 476-481. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 2020.

D’Achille, Paolo. “I social network e la lingua italiana, tra neologismi e anglicismi”. Accademia della Crusca, 3 novembre 2017. https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/i-social-network-e-la-lingua-italiana-tra-neologismi-e-anglicismi/83.

Dawkins, Richard. The selfish gene. New York: Oxford University Press, 1976.

De Fazio, Debora, e Pierluigi Ortolano. La lingua dei meme. Roma: Carocci, 2023.

Fiorentino, Giuliana. “I meme digitali: scritte esposte sul web”. LId’O – Lingua italiana d’oggi 16 (2019): 117–140. https://www.torrossa.com/it/resources/an/5297188.

Petrucci, Armando. La scrittura. Ideologia e rappresentazione. Torino: Einaudi, 1986.

Per citare questo articolo:

Marco Sartor
Marco Sartor
Marco Sartor è dottore di ricerca in Scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche e artistiche all'Università di Parma. Affiliato al Venice Centre for… Leggi tutto

OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Marco Sartor (26 Settembre 2026). La lingua dei meme. In conversazione con Pierluigi Ortolano. Informatica Umanistica e Cultura Digitale: il blog dell' AIUCD. Recuperato il 9 Ottobre 2026 da https://doi.org/10.58079/16ubp


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